Parola agli esperti: la filantropia istituzionale in Italia

Quest’oggi cediamo la parola a Carola Carazzone, Segretario Generale di Assifero, l’Associazione Italiana delle Fondazioni ed Enti della filantropia Istituzionale, che condividerà con noi le sue riflessioni sull’evoluzione della filantropia istituzionale a livello italiano ed internazionale e sul crescente ruolo delle fondazioni istituzionali nel Bel Paese.

Ora lasciamo la parola a Carola:

Assifero è oggi l’Associazione Italiana delle Fondazioni ed Enti della Filantropia Istituzionale e non più semplicemente un acronimo di Associazione italiana Fondazioni di Erogazione. Il cambiamento verso la filantropia istituzionale sottolinea l’importante passaggio culturale avvenuto all’interno dell’associazione pochi mesi fa, in linea con il piano strategico 2016-2020 adottato dall’European Foundation Center (EFC). In Assifero, si è  deciso di adottare il concetto di filantropia istituzionale perché è un concetto più ampio rispetto a quello di “erogazione”, che meglio descrive la nostra associazione e che non comprende più solamente le fondazioni erogative, ma include la filantropia di comunità, le ventures philanthropies e gli investitori sociali, coloro che puntano ad avere un ritorno economico oltre che sociale dei propri investimenti filantropici.

Nata nel 2003 e fondata come associazione di categoria delle fondazioni di erogazione, Assifero riunisce oggi 90 fondazioni italiane, tra cui: 50% fondazioni di famiglia, 25% fondazioni di comunità ed il restante 25% fondazioni corporate. L’associazione è a sua volta parte di reti internazionali, come l’EFC ed il network europeo DAFNE.

Assifero vuole essere il punto di riferimento sulla filantropia istituzionale in Italia e lavora per promuovere una filantropia italiana visibile ed efficace, riconosciuta come partner strategico di sviluppo umano e sostenibile.

A livello internazionale si dice che la filantropia sia nel pieno di una rivoluzione: più investimenti, più persone coinvolte ed interessate, più giovani. Si può dire lo stesso per il contesto italiano?

Oggi la filantropia è in crescita ovunque, incluso in Italia. Questo è probabilmente dovuto all’enorme divario ancora esistente tra ricchi e poveri. In italia c’è un declino della beneficenza tradizionale le famiglie oggi sono più predisposte a creare una propria fondazione e ad adottare un approccio più strategico. Chi decide di assumersi gli oneri di mettere in piedi una struttura, vuole contribuire concretamente a cambiare la società in cui vive ed ha una strategia in mente. Questo è un cambiamento netto rispetto al passato, un passaggio culturale da donazione a investimento che sta avvenendo gradualmente a partire dall’ultimo decennio, dovuto principalmente a ragioni culturali o all’emulazione costruttiva, si pensi ad esempio alle fondazioni costituite negli anni più recenti dagli imprenditori della moda.  

Sebbene ad Assifero arrivino continuamente domande di potenziali fondatori e di nuove fondazioni, purtroppo la raccolta dati a livello nazionale è ancora difficile, poiché in Italia non esiste ancora un registro unico delle fondazioni. Inoltre, il sistema italiano appare ancora obsoleto se paragonato a USA, Svizzera e Olanda, le nostre fondazioni sono piccole e non esiste a livello statale alcuna forma di sgravio fiscale.

In quali aree di interesse si focalizzano le attività filantropiche in Italia? Quali le motivazioni che spingono le fondazioni?

Gli ambiti di intervento delle nostre fondazioni sono molto variegati. Le fondazioni di origine bancaria (Acri), ad esempio, dedicano il 70% ad arte e cultura.

Le fondazioni di famiglia sono efficaci nel momento in cui individuano una nicchia di intervento non coperta da altri donatori, come UE, Regioni, Comuni, Stato, ecc. Questo è il loro valore aggiunto, in quanto sono libere di assumersi il rischio di intervenire con metodologie diverse rispetto ai grandi donatori. Ad esempio, nel caso dell’accoglienza (dei migranti), le fondazioni di famiglia intervengono maggiormente sull’integrazione di lungo periodo e in ambiti in cui non agiscono altri enti. La distribuzione a pioggia di sussidi rimane in mano allo Stato, mentre le fondazioni hanno maggiore libertà d’azione e posso sperimentare metodologie innovative. Tuttavia, le fondazioni di famiglia italiane sono ancora giovani, spesso non hanno un focus o un piano strategico definito, sono ancora charity-based. Assifero lavora per rendere la filantropía istituzionale italiana più informata, connessa ed efficace.

Le Fondazioni corporate hanno ancora altri tipi di esigenze. Per alcune fondazioni corporate,  l’ambito di intervento è definito chiaramente, ed è legato al budget, alla vision ed alla strategia definite a livello di CSR. Ad esempio, Ikea si dedica esclusivamente ad attività di promozione e protezione del diritto alla casa, anche in campi profughi e rifugiati. Altre fondazioni corporate, invece, hanno obiettivi meno definiti e poco personale distaccato dalla corporate madre. In alcuni casi c’è ancora bisogno di investire sulla professionalizzazione delle attività.

Diverso ancora  è il caso delle fondazioni di comunità, che sono strettamente legate al territorio. Qui il focus, l’ambito d’azione e la strategia sono chiaramente definiti dal consiglio di amministrazione. In Italia si contano oggi 26 fondazioni di comunità (come Fondazione di Comunità del Canavese) e sono tutte gestite da professionisti del settore.

E per quanto riguarda la tecnologia, le fondazioni italiane si stanno adattando alla tendenza internazionale? E’ prassi comune anche in Italia aprirsi al digitale e alle opportunità che i software offrono per ottimizzare la gestione delle attività?

Decisamente sì. Sebbene l’Italia sconti ancora un divario digitale importante, il terzo settore, incluse le fondazioni, si sta innovando e registra anche delle eccellenze. Il programma TechSoup Italia sta aiutando in questo, avvicinando le fondazioni all’innovazione.

Quali sono secondo lei le principali sfide che deve affrontare la filantropia italiana, almeno per questo 2017?

Io riconosco 3 principali sfide che le fondazioni italiane dovrebbero affrontare quanto prima:

#1 La filantropia deve fare un salto di professionalità, il cuore non basta. La filantropia istituzionale deve diventare più efficace, deve dotarsi di professionisti capaci di individuare metodologie di intervento che rendano l’azione delle fondazioni più efficace, in un contesto non di isolamento, ma di collaborazione per il bene comune. In pratica, c’è bisogno di investire. Si deve investire di più sugli officer che lavorano nelle fondazioni e sulla struttura stessa della fondazione. Investire sui progetti non è più sufficiente.

#2 Bisogna evitare la deriva emergenziale. Deve essere chiaro che le fondazioni non sono dei “tappa buchi”. Le fondazioni devono riuscire ad individuare delle nicchie di attività  e grazie alla loro indipendenza e libertà d’azione devono poter testare delle metodologie nuove per portare innovazione sociale laddove lo stato non può arrivare.

#3 Si devono ridurre le disuguaglianze Nord-Sud. L’italia è un Paese ancora troppo spaccato. È necessario che la ricchezza venga meglio distribuita, deve migliorare l’emancipazione e lo sviluppo sostenibile del Sud.

In breve: i nostri spunti di riflessione

#1 Il cambio è in atto: è l’ora della filantropia istituzionale.

#2 Non è possibile generalizzare, l’ambito di intervento varia da un tipo di fondazione all’altro.

#3 Nonostante il digital divide che persiste, le fondazioni italiane si stanno aprendo all’uso del digitale e dei software.

#4 Il settore filantropico italiano ha davanti a sé importanti sfide da affrontare (professionalità, investimenti e disuguaglianza). È giunto il momento di portarle a termine!


Chi è Carola Carazzone 

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Laurea in giurisprudenza e Master internazionale in Cooperazione e Sviluppo alla European School of Advanced Studies in Cooperation and Development dell’Università di Pavia, Carola Carazzone è avvocato specializzato in diritti umani presso l’Istituto Internazionale Diritti Umani Renée Cassin di Strasburgo. Impegnata fin da giovanissima nel volontariato sociale e poi internazionale, ha maturato un’esperienza ventennale nella progettazione, monitoraggio e valutazione di programmi di sviluppo umano in 18 Paesi extra-europei. E’ stata inoltre la prima donna presidente del VIS- Volontariato Internazionale per lo Sviluppo – una delle più grandi organizzazioni non governative italiane – e dal 2006 la prima donna portavoce del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani, che ha rappresentato di fronte al Consiglio Diritti Umani e diversi organi dell’ONU, l’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e Commissioni Parlamentari e Istituzioni italiane.  


 

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